L’industria è il male, viva l’industria (sostenibile che comunica).

Da plastic free a plastic tax il tasso è breve come è breve il passo che può portare a “demonizzare” l’industria. Quella stessa industria che tanto ha fatto e sta facendo per garantire uno sviluppo sostenibile alla nostra società. Quella stessa industria che sempre più spesso è nel mirino di un’opinione pubblica che non conosce le reali dinamiche anche per colpa di tante aziende che non hanno mai comunicato i loro percorsi virtuosi.

Venerdì 29 novembre si è tenuto l’ormai periodico “Fridays for future”. Forse un po’ più sottotono rispetto a quello di qualche mese fa – che solo a Padova movimentò oltre 15.000 ragazzi – ma sempre molto partecipato. Come la volta precedente, la manifestazione è passata sotto i miei uffici, quindi ho potuto nuovamente recepire le istanze dei giovani scritte sui loro cartelli o gridate con slogan e cori.

Siamo a un momento di svolta, direi quasi dirimente.

La mobilitazione di questi giovani è assolutamente positiva e proprio in questa nuova attenzione da parte di una generazione che in tanti vedono lobotomizzata da cellulari e talent show risiede uno degli aspetti positivi di Greta Thunberg.

È vero, molti di questi ragazzi non sanno nulla di clima e sostenibilità (anche molti nostri politici se è per questo) ma non è a loro che dobbiamo chiedere soluzioni e se anche solo un 5% di loro avrà iniziato a porsi domande sul tema dopo queste manifestazioni vorrà dire che un risultato è stato raggiunto.

C’è, però, un lato negativo della medaglia ed è quello che sta lentamente prendendo il sopravvento e che sta portando a una radicalizzazione delle posizioni: la repulsione verso l’industria vista come la causa principale dei mali del mondo e il conseguente diffondersi di modelli e stili di vita regressivi sintetizzati in posizioni estreme come non prendere più l’aereo, non usare più farmaci, non ricorrere più ai condizionatori, abolire totalmente la plastica, chiudere le acciaierie…

Un approccio, tipico dei movimenti ecologisti degli anni ’70 del secolo scorso, che in realtà invece di promuovere bloccò a suo tempo – causa una sostanziale repulsione da parte di una collettività che mirava al benessere – la diffusione di un’attenzione al pianeta.

Anche oggi ci ritroviamo, anche in queste manifestazioni, con slogan utopistici che sono antitetici a quel concetto che vede la sostenibilità come un elemento fondamentale per il progresso e per il miglioramento degli stili mantenere di vita limitando gli impatti negativi sul pianeta e la società.
Non crescita senza fine nel nome di un consumismo e di un capitalismo sfrenato ma neanche decrescita felice nel nome dell’espiazione collettiva: semplicemente sviluppo sostenibile.

In un ambito di sviluppo sostenibile immaginare un mondo senza acciaio, senza plastica, senza chimica, senza costruzioni è praticamente impossibile. Quindi o siamo disposti a regredire fino al medioevo oppure una quota di impatti dobbiamo accettarla.
La sfida è, grazie anche e soprattutto all’industria e ai processi di innovazione tecnologica, minimizzare sempre di più questi impatti sapendo che non esiste attività umana a impatto zero. E in questo ambito l’industria ha già fatto tanto. Alcuni esempi:

ILVA non è e non deve essere sinonimo di acciaio, ma nella mente delle persone è fin troppo spesso così. L’ILVA utilizza tecnologie di produzione (ad altoforno) ormai obsolete e altamente impattanti. L’acciaio oggi si produce a forno elettrico partendo dal rottame. Un’acciaieria è quindi un riciclatore nel dna e il suo input produttivo affonda le radici nel concetto di economia circolare. Molte acciaierie hanno innovato i processi e i prodotti riducendo i consumi energetici e idrici, limitando le emissioni, ottimizzando l’uso delle risorse e la logistica. Di converso senza acciaio non possiamo vivere: non avremmo infrastrutture, palazzi, mezzi di trasporto e molto altro.

La plastica non è il male assoluto anche se oggi è universalmente demonizzata. Il male sono i comportamenti che portano 79.000 tonnellate di plastica negli oceani e la causa delle microplastiche scambiate per plancton dai pesci non sono tanto le bottigliette quanto il rilascio di fibre durante il lavaggio dei nostri vestiti sintetici. La plastica è molto più riciclabile di quello che si pensi. Molti prodotti nascono da materia prima rigenerata e in molti casi la tecnologia ha permesso di mantenere inalterate le prestazioni meccaniche dei prodotti riducendo gli spessori (basti pensare alle bottiglie d’acqua che oggi presentano uno spessore sei volte più contenuto rispetto a qualche anno fa cosa che ha comportato un’equivalente riduzione della materia prima). Siamo sicuri che sostituire la plastica con la carta sia così sostenibile? Oppure si sposta solo il problema? Certo è che anche in questo caso senza plastica non possiamo vivere. Pensiamo ai film utilizzati come imballaggi alimentari che permettono di aumentare in modo sensibile il ciclo di vita dell’alimento riducendo quindi lo spreco di prodotto oppure agli imballaggi industriali che permettono di ottimizzare i trasporti aumentando le capacità di carico e riducendo il numero di spostamenti.

Pensiamo al cemento o alla chimica. Aziende che da anni si impegnano a efficientare i cicli produttivi riducendo così le emissioni e i rifiuti e ottimizzando le risorse e che offrono prodotti indispensabili per le nostre vite se non addirittura per la nostra sopravvivenza.

In sostanza l’industria è molto più sostenibile di quello che percepiamo, di quello che ci vogliono far credere (anche i media) e di quello che la stessa industria pensi (questo non vuol dire che non ci siano aziende che invece siano tutto tranne che sostenibili).
Perché si è arrivati a questo punto?
La colpa è – in parte – anche delle aziende e dei comparti che non hanno mai comunicato i loro percorsi di sostenibilità.
Percorsi reali e concreti che sono rimasti chiusi negli stabilimenti, spesso nei silos dei reparti e non condivisi neanche in azienda.
Percorsi qualche volta comunicati ma diffusi come fossero slogan pubblicitari per una bella campagna ma che non hanno creato ponti e relazioni costruttive con gli stakeholders e che non hanno creato una nuova sensibilità collettiva.
Percorsi a volte comunicati male che, dopo esser sfociati in modo diretto nel greenwashing, hanno contribuito in negativo alla credibilità, alla reputazione e alla fiducia delle aziende e dei settori.

Alla base ci sta la difficoltà nel tradurre in una comunicazione fruibile per un pubblico disomogeneo un percorso che ha un forte portato tecnico e tecnologico.
A questo si unisce la paura di comunicare tematiche complesse e la scarsa propensione ad aprirsi soprattutto per quelle aziende e per quei comparti che devono scontare una reputazione passata non positiva.
La paura delle reazioni è forte ma non si deve ragionare nell’ottica del breve periodo, si deve pensare nell’ottica della trasparenza – evidenziando dove si è intervenuto in modo positivo e ammettendo dove ci sono ancora ambiti di miglioramento – e della costruzione di una nuova alleanza.

Comunicare la sostenibilità non vuol dire produrre un freddo report come estensione di un altrettanto freddo bilancio. Vuol dire sfruttare tutti i touch point con gli stakeholders (tra i quali anche il report ma completamente ripensato in chiave comunicativa pur restando fedele agli standard di rendicontazione internazionali) per creare una cultura della sostenibilità, per diffondere conoscenza, per aprire un ponte relazionale non più basato sulla contrapposizione e su slogan facili tipo “plastic free”.

Perché da “plastic free” a “plastic tax” il passo è breve.
È breve il passo che pone un’intera industry come capro espiatorio da tassare in modo assurdo (introdurre una tassa che incide quanto il costo della materia vuol dire far saltare un comparto) sapendo di non perdere consenso perché l’opinione pubblica vede la plastica come il male.
Oggi è la plastica, domani potrebbero essere l’acciaio, il cemento, i farmaci.
Parlare male dell’industria farà sempre più notizia di quanto l’industria contribuisca ogni giorno al nostro benessere attuale e di quanto investa in sostenibilità ma fortunatamente l’opinione pubblica non si forma più solo con i giornali.

I ragazzi sono scesi in piazza non perché c’era scritto su un quotidiano o perché lo ha detto un telegiornale. Quindi anche le aziende devono iniziare a comunicare la loro sostenibilità senza pensare che i mass media possano essere l’unica soluzione ma cercando una nuovo coinvolgimento con gli stakeholders, sedendosi dalla stessa parte del tavolo.

Sapendo però che sarà un percorso lungo nel quale abbiamo già perso troppo tempo e ogni giorno che passa è un passo in più verso il baratro.
Non è questione di vendere un pezzo in più oggi, è questione di avere ancora un’industria domani.
Perché la sostenibilità (e anche la sua comunicazione) è ora.

Vuoi approfondire le tematiche della sostenibilità per la tua azienda? Chiamaci subito per un incontro conoscitivo!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...