Leonardo e la lingua italiana

inizio spot

MI è piaciuto molto lo spot di Banca Leonardo, che puoi vedere QUI.

Ne scrivo perché, pur non essendo nuovissimo, è uno spot che a mio avviso si distingue.

Bello il concept del logo che “nasce dalla figura di Leonardo da Vinci”.

Bello ed efficace il concept dello spot che, attraverso le opere X-Ray del fotografo e artista britannico Nick Veasy, ci stimola a rallentare il ritmo per guardare nel profondo di ciò che ci circonda, per coglierne l’essenza più intima.

Bello l’incipit del video, con la vista dello studio dell’artista che emerge dagli arbusti incolti, perduto in un’incuria solo apparente, che contrasta con la tecnologia fotografica di cui si serve. L’apparenza che inganna, lo sguardo che dall’esterno che non può cogliere l’essenza del lavoro dell’artista, la sorpresa degli interni, delle opere, che solo entrando nel mondo di Nick Veasy  si può apprezzare.

Così come il cartello che ci avvisa che “Ci siamo quando il cancello è chiuso, telefonare allo 01622-737722 per entrare”, una normalità diversa, che ci spiazza, abituati a trovare un negozio o un ufficio aperti quando all’interno c’è qualcuno, il famoso “orario di apertura” che qui diventa “orario di chiusura” per dire che è aperto.

Bello ed efficace, insomma. Anche cromaticamente intrigante, con quelle atmosfere vintage e il blu delle opere dell’artista, le trasparenze degli oggetti d’ogni giorno.

E così lo spot giunge alla fine, al momento magico in cui tutto ciò che abbiamo visto viene sublimato in poche righe di testo, che ci raccontano come Banca Leonardo (lo scopriremo solo alla fine) abbia la capacità, come l’artista, di guardare in profondità:

L’essenziale è invisibile agli occhi.

Per guardare oltre la superficie,

serve professionalità, competenza e indipendenza.

Le nostre caratteristiche.

Ecco, quel SERVE proprio non va. E allora mi chiedo come mai nessuno se ne sia accorto, di quell’errore. Perché dietro a un testo di questo genere credo ci sia – o almeno dovrebbe esserci  – un copy. E il minimo sindacale per un copy è saper parlare e soprattutto scrivere in italiano corretto.

Perché altrimenti quel singolare diventa la goccia di limone nel latte, il sassolino nell’ingranaggio, quel niente che rovina il tutto.

E ora, dite la vostra, che ho detto la mia.

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