La finale scontata di Master Chef: quando il telespettatore diventa tifoso.

masterchef

Il mio odio verso i reality (o presunti tali) è quasi atavico.
Essendo però (passatemi un po’ di supponenza) un cuoco amatoriale non sono riuscito a resistere al richiamo di Master Chef.
Ieri, dopo 22 puntate, c’è stato il tanto sospirato epilogo finale.

Partiti in 100, sono arrivati in due a giocarsi il montepremi finale di 100.000 euro.
Peccato che i nomi dei due finalisti fossero noti da tempo. Non per una fuga di notizie o per manovre sotterranee stile San Remo ma semplicemente perché questi contest televisivi in realtà, a mio modo di vedere, non sono delle vere e proprie gare.

Gli indizi sembrano esserci tutti anche solo guardando alcuni aspetti “tecnici”: concorrenti in grado di preparare piatti a livello di Gualtiero Marchesi che poi cadono su una pasta al pomodoro, soggetti che in fase di preparazione hanno in pentola pastoni improponibili e poi impiattano vere opere d’arte.
Vabbé questo ci sta, ormai cosa c’è di vero in tv? Chi ci crede più?

Il tema è un altro: la finale scontata.
I fatti: sono arrivati a giocarsi il titolo il bravo e talentoso Maurizio contro l’antipatica e furba Tiziana.
Cosa c’è di strano?
Che tutto è stato come da cliché. Perché?
Perché, sempre secondo il mio punto di vista, queste trasmissioni non sono dei contest e i concorrenti vengono selezionati e gestiti in funzione della segmentazione del target ovvero dell’audience.
Il processo è semplice: ho davanti 22 puntate (sostanzialmente uguali nella struttura e nel piano narrativo) e devo trovare il modo di fidelizzare la mia audience.
Come faccio? Non devo farli appassionare alla gara ma ai concorrenti e quindi devo trasformare i concorrenti in personaggi.
Personaggi con caratteristiche forti, basilari, riconoscibili, in grado di creare empatia o aspirazione.
E, soprattutto, devo trasformare il pubblico in tifosi.
Un po’ come la politica degli ultimi anni.
Nell’arco delle 22 puntate (ovvero circa 3 mesi) devo trasformare la curiosità delle prime puntate in interesse, l’interesse in appartenenza per arrivare all’obiettivo finale: la faziosità.
Il pubblico non deve più essere interessato a “come andrà il programma” e a “chi vincerà il contest”, dovrà seguire per vedere “se vincerà il cavallo sul quale ho puntato”.
Così si è spinti a guardare tutte le puntate, assorbendo la miriade di product palcement che spaziano dalle materie prime alle pentole fino alle location delle gare in esterno.
E se il “proprio cavallo” esce prima? Nessun problema al “bravo” e alla “spocchiosa” si appassionano tutti, quindi è facile riposizionare il proprio tifo.
In fin dei conti “bravi” contro “furbi” è un po’ lo specchio del nostro paese.

Alla fine chi ha vinto?
Hai vinto a furba, anche per assecondare il criterio dell’alternanza visto che l’anno precedente il bravo aveva sconfitto l’odiosa e supponente.
Una scelta in parte  necessaria anche per dare contenuti diversi al progetto editoriale che segue la trasmissione (tra i premi per il vincitore c’è anche la pubblicazione di un libro di ricette e lo stile culinario di Maurizio era troppo simile a quello si Spyros vincitore dell’edizione precedente).

La pagina facebook del programma è stata subito inondata da migliaia di commenti (quando si dice il tifo), molti dei quali addirittura “minacciano” di non seguire più la trasmissione.
Intanto si sono garantiti un po’ di coda lunga.
Poi per “mettere in pratica le minacce” deve passare un anno e si sa il telespettatore ha la memoria corta.
E fra un anno ripartirà ancora lo stesso trenino, sperando in un esito meno scontato e in una gara più gara.

FR

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