Un agnolotto vale più di un’idea

Navigando in internet questa mattina mi sono imbattuto in questa notizia: “Oscar Farinetti, il fondatore di quel fenomeno di marketing che si chiama Eataly ha dichiarato che assumerà 500 persone a Roma per il nuovo megastore”.
Fin qua ci sarebbe solo da rallegrarsi: finalmente un messaggio in controtendenza con la crisi.
Ma la notizia desta scalpore in quanto i macellai e le ‘sfogline’ che fanno gli agnolotti percepiranno 3.000 euro al mese, il direttore marketing 1.200.
Farinetti ha dichiarato: “vendiamo cibo e il cibo bisogna saperlo fare! Ai neo-laureati dico: imparate un mestiere vero. Servono panettieri, non pr. Il marketing l’ha inventato la gallina, non Kotler”.

Siamo contenti per le “sfogline” ma chi produce idee non vale niente?
Spesso parliamo dell’approccio del mondo dell’impresa al marketing, focalizzandoci su come alcuni imprenditori siano ancora assolutamente “prodotto-centrici” ovvero focalizzati esclusivamente sul prodotto e non su tutto il sistema che ci ruota intorno. Eccone un esempio.

Niente da dire sul fatto che ormai la “smaterializzazione” delle competenze abbia portato a un’eccedenza di figure “terziarie” che fanno della produzione di idee (produzione che proprio per questo eccesso a volte diventa vendita di fumo) la propria attività principale.
Ma a Farinetti probabilmente sfugge un particolare: che se da Eataly un cliente paga un angolotto a peso d’oro non è solo perché c’è la signora che lo sa fare bene ma è anche, e soprattutto, perché alla base c’è una strategia di marketing che ha permesso a questa catena di costruirsi un posizonamento, un’immagine, una reputazione che, sulla base della comunicazione di un sistema di valori forti, portano i cliente a riconoscere un premium price che non dipende solo dalla qualità del prodotto.

Il problema è che la gallina non ha inventato il marketing, la gallina ha messo a disposizione il prodotto, a come venderlo, in un sistema sempre più competitivo, ci ha pensato Kotler.

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7 risposte a “Un agnolotto vale più di un’idea

  1. “ovvero focalizzati esclusivamente sul prodotto e non su tutto il sistema che ci ruota intorno. Eccone un esempio.”
    Esempio sbagliato. Probabilmente non conosci farinetti. Ti consiglio un suo libro, si intitola “Coccodé”, appunto.

  2. effettivamente conosco poco Farinetti.
    Ritengo però Eataly un’operazione imprenditoriale e di marketing notevolissima.
    Sono stato a quello di Torino e sono uscito contento con un carrello mezzo vuoto e con il portafoglio svuotato.
    Semplicemente non condivido questa esternazione dove il ruolo del marketing sembra relegato alla piena inutilità.
    Raccolgo, e ti ringrazio, il tuo invito e mi riservo di leggere “coccodè”. Magari scopro che quella dichiarazione era stata estrapolata da un contesto più ampio e voleva dire esattamente il contrario…

  3. ps: il mio riferimento a kotler riguarda il marketing nel suo complesso e non ridotto alla sola comunicazione.
    Il coccodè della gallina può essere una primordiale forma di pubblicità o meglio di allarme ma non è marketing.
    Come allo stesso modo Eataly è una raffinatissima operazione di marketing dove la comunicazione probabilmente non gioca il ruolo principale.

  4. Premetto che conosco poco Farinetti e la realtà Eataly.
    Però ricordo che sotto casa mia c’era un piccolo pastificio artigianale. Faceva dei ravioli pazzeschi. Pasta fatta e tirata come una volta, ripieno fatto con una selezione di carne spettacolare.
    Mangiarli era una poesia.
    Oggi quel pastificio non c’è più (da molti anni ormai) ma a 100 metri posso comprare degli “ottimi” ravioli sottovuoto in un moderno supermercato.
    Prodotto ottimo, posizionamento di prezzo medio-alto, comunicazione basata sul passaparola (ovviamente positivo) ma alla fine fallimento.
    Il marketing non è riuscito a far emergere i valori e dare valore al sistema azienda.

    Personalmente trovo l’uscita di Farinetti (ovviamente leggendo come ha detto Federico solo il passaggio riportato nei vari siti dove ho visto la notizia) più provocatoria che altro.

    Enzo, visto che hai segnalato il libro, e sicuramente conosci il fenomeno Eataly più di me, mi puoi dare il tuo punto di vista?

  5. Si, probabilmente la sua era una provocazione, perché la maggior parte dei ragzzi che mandano CV per eataly vorrebbero fare i pr, curare eventi, “pubblicitari” ecc. Proprio a lui che si era inventato il famoso Ottimismo . profumo della vita…
    Sui prezzi, bah, io a torino ci vado spesso e li trovo molto simili ad altre piccole realtà cittadine, le birre poi, dato che sono appassionato, sono assolutamente meno care che altrove.

  6. Se letto in chiave provocatoria non posso che concordare con Farinetti.
    Ormai tutti vogliono fare il pubblicitario o il pr.
    Spesso giro per le scuole e per le università per incontri e convegni e quando racconto che operare nel campo della comunicazione è molto diverso da quanto certi stereotipi televisivi vogliono farci credere (soldi, modelle, bella vita, poca fatica), leggo la delusione negli occhi di molti.
    Per loro fare il pubblicitario è “figo”, farlo per un brand di tendenza lo è ancora di più. Se questo è lo spirito dei giovani (fortunatamente non tutti) allora concordo con Farinetti, trovatevi un altro lavoro.
    Questo però non deve portare a una banalizzazione di questa professione. In Italia siamo tutti tecnici della nazionale e pubblicitari.
    Ma fare comunicazione richiede sacrifici, studi, esperienze sul campo, attitudine, etc.
    Non voglio sostenere che quello del “comunicatore” sia un lavoro più nobile della “sfoglina”, anzi. Ma sicuramente non è peggiore.
    Poi sicuramente ci sono più comunicatori che sfogline e se anche le retribuzioni stanno alla legge della domanda e dell’offerta…

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