Quale valore per la comunicazione?

Nella quotidiana navigazione dei siti specialistici, mi sono imbattuto oggi in un interessante articolo di Biagio Carrano, pubblicato sul sito di Ferpi. che disquisisce sul contributo  alla creazione di valore da parte della comunicazione (clicca qui per l’articolo completo).
Un articolo interessante perché analizza il valore non solo nei termini economici tipici ma lo estende a una valutazione sociale e relazionale più ampia. Questi alcuni passaggi salienti.

“Negli ultimi decenni, in maniera consapevole o meno, quasi chiunque abbia lavorato nel mondo della comunicazione ha partecipato alla costruzione di un modello economico e sociale il cui obiettivo è stato e resta quello di sfruttare in contemporanea la digitalizzazione dei beni, la pervasività delle tecnologie della comunicazione, l’incremento del livello di conoscenza dei soggetti e il loro istinto per la socialità per colonizzare i tempi di vita e i parametri di giudizio (diciamo pure i valori) di centinaia di migliaia di persone nelle nazioni più evolute della terra. E quale è stato il risultato? Gran parte delle vite coinvolte in questa fabbrica transnazionale di conoscenza e relazioni hanno subito un impoverimento relazionale, culturale ed economico di cui spesso hanno preso contezza solo grazie alla crisi attuale […]
Di fronte alla crisi tutti coloro che fanno comunicazione dovrebbero chiedersi: per chi ha creato valore la comunicazione in questi anni? Per i committenti, certo, qualche volta anche per i comunicatori stessi, meno spesso per i fruitori della medesima ma tutto è confluito nell’esaltazione di un assetto sociale ed economico la cui crisi corrode gradualmente, dal basso verso l’alto, le certezze di strati sociali che mai si sarebbero immaginati a rischio. Allora mi chiedo se i comunicatori non debbano lasciarsi alle spalle i dibattiti triti tra advocacy e trasparency e avere il coraggio di immaginare nuovi parametri e nuovi valori necessari per affrontare declino, decrescita e impoverimento generalizzato come anche la costruzione di nuovi percorsi di vita scevri o almeno parzialmente protetti dallo sfruttamento biocapitalistico.”

La tematica è veramente affascinante perché per gettare le basi del cambiamento delineato da Carrano bisogna presupporre una modifica culturale più ampia e profonda.
Una modifica che dovrebbe portare alla messa in discussione, e quindi al superamento, di alcuni paradigmi sui quali si fondano i modelli di business attuali.
Una modifica che probabilmente rappresenta un via di uscita (forse l’unica?) al crisi che stiamo vivendo; crisi che non è finanziaria o congiunturale ma sistemica (i modelli di business attuali si basano sul concetto di crescita ma i sistemi economici non possono crescere all’infinito).

Il ruolo dei comunicatori è giocoforza omologato a questo sistema.
Chi fa comunicazione è inserito in queste logiche e deve giocare con queste regole se vuole sopravvivere. Allo stesso modo i committenti.
Così alla fine gli obiettivi di fondo restano il profitto e gli equilibri economico-finanziari dell’impresa.

Così alla fine il committente utilizza la comunicazione per influenzare i propri target e quindi “vendere di più” e  i comunicatori sono chiamati a cercare soluzioni (che a volte portano anche a strade nuove) comunque per rispondere a queste esigenze dei committenti.
L’affiancamento alla “comunicazione strettamente commerciale” di forme di comunicazione più soft come la “comunicazione istituzionale” o la “comunicazione culturale” sottende sempre, come anche la spinta sulla reputazione e sulla trasparenza, la creazione di un rapporto con il cliente che deve portare alla “vendita”.
Anche il web 2.0, che formalmente apre le porte alla discussione e alla bidirezionalità, ha, dal punto di visto dell’azienda, non tanto l’obiettivo di colloquiare ma quello di fidelizzare e ascoltare per meglio soddisfare il cliente (rispetto alla concorrenza).
Una comunicazione che si fa sicuramente più personale ma che alla persona sovrappone sempre il ruolo di cliente.

È valore aver suggerito la scelta giusta in assoluto, per poi farla ricadere sui nostri prodotti?
È valore alimentare una cultura di settore che poi porti comunque a un ruolo di primo piano dei nostri prodotti e della nostra azienda?
Chi avrà il coraggio di rompere questo schema? Al momento nessuno, ne va appunto della sopravvivenza.

Ma alla fine cosa vuol dire rompere questo schema? La comunicazione d’impresa si basa sul perseguimento degli obiettivi aziendali e questi, come detto sopra, hanno al centro il profitto  e la sopravvivenza. Per immaginare una comunicazione diversa dobbiamo immaginare un’azienda diversa, e quindi un mondo diverso, ma a quel punto probabilmente non parleremo neanche più di comunicazione d’impresa e forse neanche più di capitalismo.

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