La diffusione della tecnologia e lo svilimento delle professionalità (parte seconda)

Riprendiamo il discorso iniziato QUI riguardo agli effetti della diffusione della tecnologia.

Il grande tamtam mediatico successivo alla scomparsa di Steve Jobs mi ha fatto pensare a come era una volta Apple.
Quindici anni fa un computer Apple era solo una macchina con delle caratteristiche tecniche e delle prestazioni specifiche che lo rendevano particolarmente indicato per il campo della grafica professionale.
Non era ancora un pezzo di design o peggio un oggetto di culto.
Il suo posizionamento di prezzo era conseguente: molto alto.
Fare grafica quindi comportava un investimento iniziale (non solo in hardware ma anche in software) se non proibitivo quanto meno selettivo. Era qualcosa di “nicchia”, solo per professionisti.
Poi negli ultimi anni qualcosa è cambiato.

La rivoluzione è partita prima dalle macchine fotografiche digitali (e se vogliamo ancor prima dagli scanner di basso prezzo) per poi arrivare a toccare tutti i device multimediali.
Risultato: tecnologia alla portata di tutti.
Niente male. Ci mancherebbe.
La diffusione della tecnologia ha portato, ad esempio, alla diffusione dei social network ergo alla diffusione e alla condivisione delle informazioni e del sapere. Quindi ne ha guadagnato la società in generale.

La diffusione della tecnologia però non comporta automaticamente la diffusione del know-how e della conoscenza di come utilizzarla al meglio.
Per questo ci vogliono i professionisti.
Le aziende sono diventate molto esigenti sul livello qualitativo dei prodotti creativi e multimediali.
Anche il cliente utilizza quotidianamente questi device e quindi si ritiene meno sprovveduto di una volta.
Ma questo deve portare a un innalzamento del confronto non al suo svilimento.
Il manager o l’imprenditore che fotografa per hobby sicuramente può confrontarsi in modo costruttivo con il professionista ma non può sostituirsi ad esso.

Spesso però si registrano situazioni opposte.
La diffusione della tecnologia ha portato all’erronea percezione che fare creatività sia più semplice di una volta; che la creatività non sia un processo intellettivo ma una semplice operazione meccanica di un computer.
Purtroppo fare creatività oggi è molto più difficile.
Gli spazi innovativi sono sempre più ristretti, il confronto è ormai planetario, le verifiche e i confronti sono transettoriali. Trovare un’idea vincente è una sfida impegnativa.

Inoltre una volta si pensava una creatività verticale, specifica per un medium determinato.
Oggi la parola d’ordine è multicanalità ovvero la creatività deve essere coordinata, sinergica e spendibile su media strutturalmente diversi: dall’advertising a internet, dal below the line ai social network.

Come già detto ci vuole conoscenza (delle dinamiche di comunicazione, dei mercati, della psicologia dei target, etc.), ci vuole esperienza (maturata in anni di confronto continuo), ci vuole tecnica (per trasformare un’idea in qualcosa di concret0).

E per tutto questo un clic di computer non basta.

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