La diffusione della tecnologia e lo svilimento delle professionalità (parte prima)

Ricordo una decina di anni fa, quando iniziavano a girare i primi scanner a basso prezzo, un episodio particolare con un cliente.
Stavamo realizzando un catalogo tecnico particolarmente complesso che richiedeva un intervento importante di scansione di grafici prestazionali dei prodotti dell’azienda.
Il lavoro era sicuramente poco creativo ma altrettanto sicuramente richiedeva una mole di tempo importante.
Soprattutto era un lavoro che richiedeva una cura particolare.
Avvisato dei costi, il cliente rispose quasi stizzito che non comprendeva il preventivo, per lui decisamente troppo elevato, visto che le scansioni poteva farle anche lui con il suo scanner di casa.
Noi a quel punto alzammo subito le mani e, visto che era così semplice, ci affidammo a lui: “dacci i file da te scansionati e noi  li impaginiamo così come forniti” gli dicemmo.
Risultato: al momento della presentazione delle prime bozze e il cliente si risentì per la qualità dei grafici.
E noi sorpresi. Ma come? Non era facile fare scansioni?
In fin dei conti, stando a quanto detto dal cliente, era sufficiente posizionare il foglio tanto poi faceva tutto la macchina… Vero ma…

Intanto buona parte del risultato dipendeva dalla macchina.
C’era un motivo perché il nostro scanner, al tempo, costava qualche migliaia di euro e il suo neanche un centinaio.

E poi è così vero che fa tutto la macchina? Perché i file forniti dal cliente in RGB a 72 dpi in stampa sono usciti con una pessima qualità? Forse perché non dovevano essere forniti così? Colpa di chi impaginava o colpa di un file fornito in maniera errata (visto che dovevano essere in CMYK e ad almeno 300 dpi).

Da li a breve gli scanner avrebbero imboccato il viale del tramonto ma la stessa problematica non si sarebbe spenta all’orizzonte, anzi avrebbe trovato una nuova rinvigorente  alba con le fotografie.
Ormai tutti hanno una macchina digitale quindi tutti, automaticamente, si sentono fotografi.
Si sentono ma non lo sono. Perché fotografare non vuol dire premere un pulsante.
Ne abbiamo parlato in molti post precedenti (vedi QUI) quindi non ci sofferemo oltre sulle differenze tra un fotografo professionista e un fotografo amatoriale o occasionale.
Ci passa più o meno la stessa differenza che passa tra me e Buffon, ambedue giochiamo a calcio, ambedue giochiamo in porta ma difficilmente potrò vestire la maglia della nazionale.

Un altro colpo mortale alle foto professionali è stato inferto da internet.
Perché pagare le foto, pensa il cliente, quando in internet sono disponibili gratuitamente?
Semplice perché il fatto che siano in internet non implica che siano disponibili gratuitamente.  Esistono in primis i diritti ed esistono anche delle problematiche tecniche (leggasi risoluzione delle foto). Il fatto che la foto si veda bene nel monitor del cellulare (con i quali troppo spesso ormai si fotografa) non vuol dire che anche in stampa garantisca lo stesso risultato.

Alla base di tutto ci stanno la conoscenza, la tecnica e l’esperienza. La macchina senza il know-how è solo un ammasso di ferro e chip. Il cliente non compra una foto, un impaginato o la creatività. Compra il sapere maturato negli anni da parte di un professionista.
Vi fareste operare da un medico che non ha mai visto una sala operatoria? In fin dei conti ha gli stessi strumenti del primario affermato.

<continua>

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Una risposta a “La diffusione della tecnologia e lo svilimento delle professionalità (parte prima)

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