Sono un fotografo (o un pubblicitario) e non lavoro gratis

Questa volta copiamo di brutto.
L’intervento non è nostro ma riteniamo che tutti coloro che lavorano nel campo dell’intangibile, tutti coloro che vendono il proprio know how o la propria creatività possano immedesimarsi nelle parole di questo fotografo inglese: Tony Sleep.
Copiamo di brutto ma è proprio il fotografo che ha acconsentito alla traduzione e alla condivisione dell’articolo per cercare di sensibilizzare colleghi, clienti e pubblico verso uno dei problemi che sta distruggendo il mercato delle idee.
I toni dell’intervento sono molto forti ma la questione è effettivamente molto seria.
Sicuramente queste considerazioni non possono (e non devono) essere prese come paradigmatiche di una situazione generalizzata ma sicuramente esistono realtà che, facendosi forza su un periodo di mercato stagnante tendono a “sfruttare” la competizione a costo zero tra strutture (e tra millantate tali) magari bandendo gare o consultazioni aperte quasi senza regole e quasi sempre senza rimborso spese.
Spesso ci chiedono di presentare campagne pubblicitarie complete. E come lo chiedono a noi lo chiedono ad altre 10 agenzie.
Ore di lavoro investite e tante idee lanciate sul tavolo come le carte da poker.
Perché di una partita a poker si tratta. Le idee sono buone, ma sono buone anche quelle delle altre strutture (quanto meno di alcune).
I prezzi spesso sono difficilmente confrontabili e altrettanto spesso si sceglie quello più basso magari trovando poi sorprese a consuntivo.
La partita creativa spesso richiede i tempi supplementari se non i rigori.
Richiederebbe però anche più rigore.
L’unica cosa certa è che il lavoro è già stato fatto e le idee disponibili sono tante.
Si perché il grosso del lavoro è trovare le idee.
E se non si vince la gara il risultato è che non solo si è persa la competizione ma si è perso anche nel conto economico.
E le cifre non sono irrisorie.
La critica non deve essere vista come uno sfogo fatto da un professionista che vuole guadagnare di più.
La critica di Tony Sleep è costruttiva anche perché non deve essere letto solo dal punto di vista delle agenzie o in questo caso dei fotografi.
Una gestione dei rapporti trasparente e adeguatamente (né più né meno della giusta quotazione) retribuita permette ai professionisti di lavorare meglio e offrendo una qualità adeguata.
I risultati sarebbero decisamente migliori. Per tutti.

We Have No Budget for Photos
di Tony Sleep

Ogni settimana, ricevo in media un paio di proposte di lavoro da parte di gente che “non ha soldi” per pagare le mie foto. Case editrici, riviste, giornali, organizzazioni, aziende affermate o appena avviate: tutti pensano che la fotografia non costi niente, o peggio che mi stiano facendo un favore ad offrirmi di pubblicare il mio lavoro offrendo come compenso di aggiungere il mio nome qui o là.
Ho smesso di rispondere a queste richieste personalmente e linko semplicemente al seguente testo.
Allora, mettiamo le cose in chiaro. “Non abbiamo un budget per le fotografie” significa in realtà: “Pensiamo che i fotografi siano dei coglioni”.

Questa interpretazione potrà forse sembrarvi offensiva, ma possiamo facilmente verificarla con un esperimento: provate ad entrare in un ristorante della vostra città dicendo garbatamente “vorrei mangiare qui, ma non ho previsto un budget per pagarvi”. Aggiungere che in cambio farete pubblicità presso tutti i vostri amici non impedirà al proprietario di sbattervi cortesemente fuori a calci.

Ora, immaginate di essere voi stessi i proprietari di un ristorante dove la maggior parte degli avventori provano a cenare gratis con questa tecnica. La risposta è NO, volendo essere esageratamente gentili.
E se in realtà “non abbiamo un budget” era solo una strategia per tastare il terreno, la risposta è sempre e comunque NO. Non voglio avere niente a che fare con degli avidi opportunisti che vorrebbero imbastire una relazione professionale mentendo sin dall’inizio. Avete già dimostrato di non meritare fiducia, dunque mi date anche ragione di pensare che non sarete onesti sullo sfruttamento delle immagini e che comunque farete di tutto per non pagare un euro.

Se invece siete di quelli che promettono un sacco di lavoro meglio pagato più avanti se io accetto di aiutarvi a costo zero adesso, ottimo, ci sto, offritemi un contratto. Altrimenti per quanto mi riguarda le vostre sono tutte stronzate e la risposta è NO.
Anche perché, vedete, non me ne frega niente di “farmi conoscere” regalandovi il mio lavoro. Quello che voglio è invece un rapporto professionale di mutua collaborazione e beneficio. Da parte mia cerco di offrire la massima onestà ed integrità professionale e mi aspetto che i miei clienti facciano lo stesso con me. “Farsi conoscere” è la naturale conseguenza di un lavoro ben fatto, non un mezzo per ottenere qualcosa e lo stesso vale per il mio nome pubblicato insieme al mio lavoro: è una prassi, nonché indice di correttezza. Al contrario, di guadagnarmi applausi lavorando come un dilettante non me ne frega niente. Se avere un prodotto gratis è più importante di avere un prodotto di qualità, chiedete pure a qualcun altro.

Come la maggior parte delle persone, anch’io lavoro per pagarmi le bollette e mandare avanti la mia professione e la mia famiglia. Il fatto che io ami quello che faccio è semplicemente la ragione per cui sono quarant’anni che mi impegno al massimo nonostante le difficoltà: se pensate di avere il diritto di mancare di rispetto alla mia professionalità in virtù di questo, vi sbagliate di grosso.
Perciò non vi sorprendete se scelgo di non aiutare dei parassiti che guadagnano, o pretendono di farlo, sfruttando il lavoro dei fotografi – e anche il mio – fino al midollo. Con alcune rare eccezioni (piccole associazioni veramente no profit, mandate avanti da volontari) sono io che questa volta non ho previsto un budget per rendere le imprese degli altri più redditizie: già far quadrare i miei bilanci non è cosa da poco, vista anche questa recente tendenza a far passare lo “sfruttamento” come “un’incredibile opportunità”.
Il mio sostegno lo garantisco volentieri quando posso, attraverso piccole donazioni ad organizzazioni che ritengo di voler aiutare o semplicemente offrendo un pranzo ad un senzatetto. Vi assicuro inoltre che quando lavoro per onlus e associazioni, lo faccio a tassi agevolati. Penso di essere una persona onesta, generosa e gentile, ma mi sento di non fare l’elemosina a degli accattoni stipendiati che mi chiedono di riempirgli le tasche con soldi a manciate. Mi fanno incazzare. Specialmente quando mi insultano dicendo che si, il mio è proprio un bel lavoro, però non lo pagherebbero un cent.

Ho avuto delle conversazioni esilaranti con un sacco di gente che, a quanto pare, pensa che delle buone immagini siano solo il frutto di circostanze fortunate e che dunque sia loro diritto averle a costo zero, semplicemente perché gli elettroni non hanno ancora un preciso valore di mercato. Come la volta in cui incontrai la manager di un’importante organizzazione inglese (con un utile dichiarato di oltre 3 milioni di sterline). La signora mi spiegava quanto tenesse a pubblicare più foto possibile sul sito internet del gruppo di cui era a capo: i visitatori le trovavano infatti più efficaci ed immediate dei testi (prodotti per altro da uno specifico team di scrittori retribuiti). Dunque l’importanza delle foto era fuori discussione. Ma, forse, sarebbe stato anche il caso di pagarle: magari usando una parte del budget annuo di 160.000 sterline che la suddetta organizzazione destinava ai contenuti web (di nuovo, ho controllato le cifre dichiarate, disponibili online). La signora proprio non riusciva a capire che la foto che aveva davanti e che avrebbe tanto voluto pubblicare esisteva solo perché io avevo investito tempo, denaro e lavoro nel crearla. “Ma tutti i fotografi di solito sono ben felici di lasciarci pubblicare le loro immagini gratuitamente” mi spiegava. Non credo proprio lo siano, probabilmente hanno solo omesso di dare un’occhiata alle solite cifre che dicevo sopra: se lo avessero fatto si sarebbero accorti che lei guadagnava qualcosa come 66.000 sterline l’anno (circa €74.000 al cambio attuale, ndr) – giusto qualche soldo in più della retribuzione zero che invece offriva in cambio delle immagini.

E’ chiaro che soltanto i fotografi amatoriali possono permettersi di fornire servizi senza ricevere un compenso: la fotografia non è per loro una fonte di reddito. Fanno altri lavori, hanno una pensione, guadagnano in altro modo, sono dei romantici con tendenze suicide – non mi interessa. Io no. L’atteggiamento di far guerra ai professionisti per farsi belli è profondamente egoista e ha conseguenze disastrose: distrugge la fotografia come mestiere, come rispettabile fonte di guadagno per la vita.
Ecco, questa è gente vanitosa e piena di sé e davvero si accontenta di lavorare in cambio del proprio nome scritto accanto ad un’immagine: se è tutto ciò che avete da offrire, chiamate pure uno di loro. In alternativa, avete a disposizione una folta schiera di studenti e neolaureati da sfruttare – sono disperati ed inesperti, vi consiglio di cogliere al volo la ghiotta occasione di risparmiare qualche soldo e peggiorare di un altro po’ le loro già precarie condizioni economiche.

Tutto questo significa che forse non riuscirete a procurarvi le immagini che volete a costo zero? Beh, benvenuti nel mondo, è dura. A me non danno certo macchine fotografiche, computer, programmi, benzina, una casa e da mangiare senza spendere un euro. La fotografia è facile ed economica no? Allora prendete una macchina fotografica e scattatevele da soli le vostre stupide foto.
E se dopo aver letto vi sentite offesi, probabilmente è perché almeno una volta, ci avete provato anche voi.

Traduzione di Agnese Morganti

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4 risposte a “Sono un fotografo (o un pubblicitario) e non lavoro gratis

  1. Semplicemente fantastico, commovente e umoristico. Faccio il consulente HR, ma qualche volta – ebbene sì, più di qualche volta – mi hanno messo nelle stesse condizioni. Anch’io sono arrivato a dire: vai da quello, che costa meno e se non puoi permetterti i miei servizi, peggio per te.
    Userò questi contenuti, grazie.

  2. Concordo al 100% e credo che sia una pratica ben diffusa in diversi settori del terziario (ad es. nell’IT in cui opero è all’ordine del giorno).

  3. Vi assicuro che è una pratica ampiamente diffusa e credo sia trasversale a tutti i settori. E la tecnologia non aiuta, anzi.
    Non sono un nativo digitale e posso testimoniare che il livellamento tecnologico ha creato una situazione paradossale che va a totale scapito dei professionisti: qualche anno fa i clienti si affidavano completamente al “pubblicitario”, (uso un termine generale e allargato), ne avevano fiducia, quasi come con il medico, o l’avvocato.
    In quel tempo le idee venivano trasposte a mano sulla carta quindi, oltre a essere un creativo – semplifico – dovevi anche saper disegnare con la matita.

    La prima rivoluzione informatica ha reso questo lavoro più veloce, ma i costi elevati di hardware e software ne hanno favorito l’utilizzo solo in campo professionale (un mac costava milioni di lire, mica te lo compravi per gioco).

    La seconda rivoluzione ha invece abbattuto i prezzi, rendendo la tecnologia disponibile a tutti.
    E sono iniziati i problemi. Tutti si fanno i bigliettini di auguri e altre amenità, gestire e ritoccare le foto digitali è diventata un’operazione da infanti.
    L’hardware professionale se lo compra anche il tuo cliente.
    Per il software, no problem, guys! Si installa una bella copia scaricata dal web sul computer (professionale) di casa.

    Ed ecco il miracolo: tutti diventano grandi creativi e sono in grado di fare il tuo lavoro, fotografo o pubblicitario o grafico che tu sia.
    D’altra parte, hanno le stesse attrezzature.
    Secondo questa logica, Schumacher vinceva perché aveva il mezzo. Chiunque, al suo posto, avrebbe vinto gli stessi titoli.
    La sua professionalità non contava nulla.

    Perché il messaggio che si tenta di far passare, quando un cliente ti dice “toh, hai la stessa macchina fotografica (o il computer, o altro) che ho io” è esattamente questo: ho i tuoi stessi mezzi tecnologici, quindi ho la tua stessa professionalità. Pertanto ritengo che, se sono in grado pure io di fare quello che fai tu, il tuo lavoro valga zero. Quindi, invece di pagarti, metto il tuo nome da qualche parte. E dovresti essere pure contento.

  4. Pingback: La diffusione della tecnologia e lo svilimento delle professionalità (parte prima) « Sintesicomunicazione's Blog·

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