Sono Maria e non sono vergine… Ancora una pubblicità shock

O siamo noi che ci stiamo fossilizzando su questa tematica o effettivamente la creatività sta tendenzialmente subendo una deriva pericolosa.
Ci troviamo per l’ennesima volta a commentare una pubblicità shock.
Una pubblicità che per l’ennesima volta utilizza le donne anche se questa volta lo shock è legato all’uso di un copy forte più che a quello di immagini hot.

Le headlines ironizzano in modo inequivocabile su aspetti biblici e spirituali.
Ecco che le modelle, belle e provocanti, prendono il nome di Maddalena (che esclama “faccio la escort e non sono una ragazza facile”)  di Maria (“non sono vergine ma ho una forte spiritualità”).
Addirittura il sottosegretario Giovanardi si è fatto sentire chiedendo l’intervento di Agcom e bollando la campagna come “un giochino miserabile che strumentalizza i simboli religiosi nei quali milioni di italiani si ritrovano”.

È indubbio che sotto un certo punto di vista l’azienda gioca in modo netto su tematiche sensibili e di attualità, creando un parallelismo provocatorio tra il fenomeno delle escort (salito alla ribalta negli ultimi anni) e la forte corrente spiritual-religiosa che da sempre pervade l’italico popolo.
In molti sostengono che il popolo italiano si trovi comunque spesso, alla prova dei fatti, a comportarsi in modo antitetico a quanto professato dalla religione.
Probabilmente la campagna vuole forzare molto il rapporto tra verginità e spiritualità, magari evidenziando un carattere ribelle del brand. Un prodotto fashion destinato a una donna moderna e libera da condizionamenti.
Ma il risultato che si ottiene è però ai limiti della blasfemia e potenzialmente pericoloso soprattutto se va a urtare la sensibilità di una fetta (numericamente anche importante) di clienti potenziali.

L’azienda era già stato oggetto di  critiche da parte degli internauti quando sul sito erano state pubblicate le linee guida del casting che ricercava “ragazze tra i 18 e i 34 anni, dotate di altezza e taglia idonee con caratteristiche di freschezza e portamento, possibilmente vergini”.
Il titolare del marchio ha prontamente risposto: “La parola vergine ha colpito la sensibilità del popolo di Internet. Ne prendiamo atto, respingendo qualsiasi accusa di discriminazione o mancanza di rispetto. Il contesto culturale in cui viviamo vede ancora nella donna vergine uno stereotipo. Ma la verginità rappresenta ancora un valore rispetto al quale deve essere giudicata una donna, o è arrivato il momento di oltrepassare certi pregiudizi culturali?”

Una cosa è certa realizzare una campagna shock o particolarmente piccante sembra comunque pagare quanto meno in termini di notorietà immediata: subito tutti ne parlano e internet non fa altro che amplificare questo aspetto.
Con un investimento limitato nell’advertising si ha un ritorno in termini di awareness pari a quello di una pianificazione con budget a molti zeri grazie alla eco generata dai social network.
Gli italiani si scandalizzano facilmente ma sono allo stesso tempo perniciosamente attratti da queste tematiche.
Anche noi nel nostro piccolo abbiamo riscontrato questa tendenza.
I post che hanno trattato le pubblicità shock sono stati in assoluto i più letti e commentati (“montami a costo zero“, “tu dove glielo metteresti”, “appari al meglio qualunque cosa ti succeda” e “immagini sexy per pubblicizzare lingerie per bambine“).
Resta poi, come più volte evidenziato, il problema della reputazione (vedi qui).
La pubblicità shock paga nell’immediato con un ritorno di immagine e di notorietà importante ma potenzialmente distrugge le fondamenta per la costruzione di una reputazione forte, credibile e duratura nel tempo.
Avevamo già posto il quesito tempo fa.
Ma è ancora vero che bene o male ma l’importante è che se ne parli?

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