In Australia, la nuova “arma” contro gli sbarchi è… youtube!

Lo sbarco di  migranti da improvvisate carrette del mare non è un problema solo italiano.
Anche nella lontana Australia, vista dal nostro emisfero come terra tranquilla e idilliaca, si sono trovati negli ultimi anni a dover gestire grossi flussi di disperati (principalmente rifugiati politici) in cerca di un futuro migliore.
Per cercare di dissuadere i nuovi potenziali “sbarcanti”, il governo australiano ha scelto l’arma internet.
Il paese oceanico ha da poco stipulato un accordo con la vicina Malaysia per il trasferimento dei migranti in appositi campi a Kuala Lampur.
Il governo locale ha così deciso di pubblicare su youtube le immagini della prima “traduzione” di 54 profughi con l’obiettivo di scoraggiare coloro che avessero intenzione di sobbarcarsi i costi e i rischi del viaggio per poi vedersi aviotrasportati, appunto, in Malaysia.
A sostegno dell’operazione, il portavoce del Dipartimento all’immigrazione ha dichiarato: “internet e i social network, in particolare, ci permette di raggiungere un ampio bacino di persone e a costi molto contenuti”.

Prescindendo dagli aspetti “morali” dell’operazione, una domanda però sorge spontanea: “siamo sicuri che youtube sia lo strumento giusto?”.
Ok, le potenzialità dei social network sono quasi infinite e il fatto che anche le pubbliche amministrazioni si stiano aprendo a questi strumenti (avevamo già parlato del caso della stesura della nuova costituzione islandese, vedi qui) è da leggere, in prospettiva più ampia, in modo assolutamente positivo.

Non bisogna però approcciare i social con l’ottica “siccome ci sono tutti, provo anch’io tanto visto che costa poco mal che vada non ci rimetto nulla”.
Un utilizzo improprio di questi network può avere un effetto dirompente.
Non sempre è lo strumento corretto per raggiungere il proprio “pubblico”. Anche se in questo caso parlare di “pubblico” è decisamente improrio, non è detto che un video destinato a persone spesso ai limiti della sopravvivenza e provenienti da paesi poveri o dove internet è limitato se non proprio oscurato per motivi “politici” verrà effettivamente visto e compreso. Anzi.
Inoltre la scelta di ricorrere a questi strumenti deve essere attentamente valutata.
Devono essere sostenuti con contenuti validi, devono presupporre una trasparenza di fondo dell’operato di chi li utilizza e soprattutto bisogna essere consapevoli del fatto che possono innescare un effetto a catena in rete praticamente irrefrenabile.
Le reazioni possono essere positive o negative ma in ambo i casi si diffondono a macchia d’olio senza possibilità di controllo.
Gli effetti sull’immagine, sulla reputazione e sulla credibilità dell’amministrazione, dell’azienda o anche del singolo privato possono essere dirompenti.

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