Fino a che punto la pubblicità può ironizzare sulle tragedie?

Fino a un anno fa dicevi Tunisia e pensavi a un mare cristallino, a un deserto mozzafiato, a località turistiche in grado di stuzzicare le fantasie di tutti.
Da qualche mese dici Tunisia e pensi al Mediterraneo in fiamme, alla guerra in Libia e alla rivoluzione dei gelsomini che, proprio in Tunisia, ha rovesciato dopo 23 anni il regime di Zien al-Abidine Ben Ali.
Fine dell’idillio e conseguente crollo dei flussi turistici che anche per un paese come la Tunisia rappresenta una voce importante nel bilancio nazionale, alimentando quasi il 7% del pil e dando lavoro al oltre il 20% della popolazione.

Così l’ente nazionale di promozione del turismo ha deciso di rilanciare il richiamo turistico del paese con una campagna pubblicitaria shock.
Una campagna, realizzata da Memac Ogilvy e diffusa in 14 paesi, che ironizza proprio sulla repressione che è, comunque, costata la vita a oltre 300 persone.

Idee di comunicazioni forti che giocano su un visual rilassante e fortemente evocativo del benessere “turistico” abbinato a claim che giocano su doppi sensi “pesanti”.
Alcuni esempi: una foto di una donna che sta facendo un massaggio accompagnata dal copy “si dice che in Tunisa le persone siano trattate con mano pesante”, oppure una foto di una coppia che prende il sole e il copy che recita “dicono che la Tunisia sia un posto caldo”.
Soluzioni creative che hanno suscitato reazioni differenti e in molti casi di forte sdegno.
Fin a che punto la pubblicità può spingersi ironizzando anche sulle tragedie, anche se per una giusta causa?

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2 risposte a “Fino a che punto la pubblicità può ironizzare sulle tragedie?

  1. Questo è l’eterno dilemma.
    Toscani, sulla pubblicità shock, ci ha costruito una carriera.
    A volte la pubblicità shock nasconde la scarsità di idee creative.
    In questo caso l’idea è anche carina. Peccato che ironizzi sui morti.
    Una cosa è andare contro gli standard comunemente diffusi una cosa è sfruttare la morte delle persone.

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