Ops… ma le foto si pagano?

Lo dicevano già i vecchi saggi: “un’immagine vale più di cento parole”.
E questo vale ancor più oggi. La comunicazione, andando sempre più veloce e dovendo rompere una barriera di attenzione selettiva sempre più alta, si struttura in modo prioritario sull’impatto della parte visuale rispetto a quella contenutistica.
Ecco che la scelta dei supporti iconografici diventa centrale e strategica.
Non ci soffermiamo in questo post sul delicato lavoro che sta dietro all’ideazione di un concept visuale e alla correlata scelta e/o realizzazione di una foto. Ci limitiamo solo a considerare una cosa: le foto si pagano.

La diffusione e la disponibilità illimitata in internet di fotografie di qualsiasi tipo e la possibilità, ad esempio, di fare una ricerca mirata solo per immagini tramite i motori di ricerca stanno facendo diffondere la falsa credenza che le stesse immagini siano liberamente e gratuitamente scaricabili.

Tralasciamo l’aspetto tecnico che le foto “disponibili” in internet siano a bassissima risoluzione (per ottimizzare i tempi di accesso alle pagine) e quindi sostanzialmente inutilizzabili soprattutto per la stampa.
Il problema di fondo è che le foto “gratuite” non esistono!
La foto è il risultato di una produzione artistica (di un professionista che fa questo come lavoro e che quindi dalla “vendita” o meglio dalla cessione dei diritti di utilizzo dei suoi scatti trae i propri ritorni) al pari di un film o di un disco. Come per vedere un film (al cinema o in dvd) siamo disposti a pagare, allo stesso modo per utilizzare una foto su una pagina pubblicitaria, su una copertina di una brochure, su un banner internet dobbiamo riconoscere un quantum. E il quantum va riconosciuto per tutte le foto (a meno che non siano direttamente realizzate dall’azienda e anche in questo caso è consigliabile formalizzare un accordo con chi ha scattato), anche per la piccola immagine che inseriamo in una pagina interna di una catalogo.

Le fonti possono essere diverse e in funzione delle fonti può variare in modo sensibile l’investimento richiesto.
Le foto possono essere “acquisibili” da banche immagine royalty free. In questo caso i vincoli temporali e di destinazione dell’utilizzo sono meno vincolanti ma si deve pur sempre riconoscere una fee per l’utilizzo anche se la foto non sarà in esclusiva.
Molto più costose le cosiddette foto di “stock”. In questo caso la banca immagine può riconoscere un’esclusiva settoriale ma il diritto di utilizzo (e il costo relativo) è subordinato alla tipologia e alla copertura territoriale del mezzo di comunicazione nonché al periodo di utilizzo e spesso può essere un costo molto alto.
In molti casi può risultare più funzionale far realizzare la foto “ad hoc” da un fotografo professionista. Grazie al suo intervento (magari supervisionato dall’art director dell’impresa di comunicazione) si otterrà un foto assolutamente in linea con le aspettative, unica e irripetibile. In questo caso starà all’accordo tra le parti definire le modalità di corresponsione/fruizione del diritto di utilizzo ma anche in questo caso ci sarà un investimento da sostenere.
E di investimento, non di costo, dobbiamo parlare perché l’immagine è fondamentale per aumentare la “performance” della comunicazione.
Perché investire migliaia di euro per acquistare spazi pubblicitari se poi la pagina, a prescindere dalla bontà dell’idea creativa, viene “menomata” dall’utilizzo di foto scadenti, magari scaricate “indebitamente” da internet?
Perché investire centinaia di migliaia di euro per un nuovo prodotto se poi, quando andiamo a proporlo ai nostri clienti potenziali, utilizziamo delle foto insoddisfacenti magari realizzate con un telefonino?

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