Jingle bell? No, jingle brutt….

La produzione creativa italiana sembra negli ultimi mesi affetta da un virus.
Un modo di fare advertising che sta coinvolgendo molti marchi, anche prestigiosi.
Non bastava più la ricerca spasmodica di testimonial, in alcuni casi improbabili.
Adesso è il turno dei jingle.
Ok, non sempre si può ricorrere a Ennio Morricone per comporre la colonna sonora di uno spot, ma il ricorso ormai quasi sistematico a riprendere canzoni famose adattandone il testo per esaltare la promessa della marca ha raggiunto livelli di guardia.
Utilizzare un motivo famoso per aumentare l’awarness facendo ricorso a un background consolidato e positivo del cliente può essere una scelta corretta.
Ma bisogna stare attenti a due rischi incombenti.
L’eccessiva “storpiatura” del testo può in alcuni casi risultare troppo tirata, al limite del ridicolo.
Inoltre, il ricorso eccessivo a questa tecnica sta velocemente svalutando l’impatto innovativo che poteva avere inizialmente.
Allo stato attuale sembra quasi stia diventando una “scappatoia” in caso di vuoto creativo.
Un esempio paradigmatico di questa applicazione è la nuova pubblicità del Concorsone di Danone.
Jingle mutuato da “tanti auguri” di Raffaella Carrà e tripudio di testimonial.
A voi il giudizio…

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